Si può parlare a Rieti di una questione giovanile ?
Certamente, e lo si può fare scegliendo vari approcci. Della storica carenza di spazi 'liberi' si è già scritto in altre pagine di R.L. Ciò che non è stato detto è che negli ultimi quaranta anni Rieti, ha subito un forte decremento di nascite e la mancanza di lavoro, di strutture adeguate ma anche una mentalità conservatrice diffusa, hanno favorito fortemente l'emigrazione dei giovani.
Da questa città, sempre più inospitale per i giovani, si fugge e le conseguenze di ciò sono devastanti.
Sempre di più, seppur a malincuore, cresce la consapevolezza che questa città dovrà essere abbandonata per cercare un futuro altrove. Una delle conseguenze dirette non può che essere il disinteresse verso un luogo che pur conservando affetti ed amicizie, è visto ormai solo come una realtà estemporanea su cui è inutile investire energie.
La miopia della politica, e di quella locale in maniera eclatante, non ha permesso per generazioni,di cogliere la gravità del problema e quindi le conseguenze pesantissime riverberate in ogni aspetto della vita della città, comprese quelle che ineriscono alla tenuta dello stato sociale. .
Il soggetto giovanile,in quanto tale, è stato completamente rimosso e anche in presenza di un'effervescenza notevole, ignorato, represso e non di rado criminalizzato.
In passato, ma il vizio è andato crescendo, le destre sono riuscite addirittura a spacciare la propria incapacità di pensiero, facendo della questione giovanile un fatto di ordine pubblico. A volte,hanno cercato di edulcorare le esigenti provenienti dal basso utilizzando le loro stesse organizzazioni giovanili come falsa rappresentazione di una realtà ben più complessa e variegata, relegandole al ruolo di mera tappezzeria.
Negli ultimi anni l'attacco, anche mediatico, al mondo giovanile si è approfondito alimentato dalle politiche dei governi nazionali, sempre più miopi, arroganti e reazionari..Alla criminalizzazione degli spazi sociali,della solidarietà umana, delle principali battaglie per l'ambiente e i diritti, si affianca il tentativo di irreggimentazione delle scuole e università, l'aggressione al diritto di studio e dell'abitare e addirittura, si comincia a ventilare il ritorno della leva militare. Tutto questo va inquadrato in un contesto patriarcale e violento in cui vengono attaccati i diritti delle giovani donne e di chi si esprime con comportamenti sessuali e sentimentali ritenuti non conformi alle aspettative della parte più retriva della società. In una piccola città ( bastardo posto, direbbe Guccini) tutto si amplifica terribilmente e diviene più difficile da sostenere.La grande partecipazione al Pride di Rieti ha dato voce ad un'esigenza sentitissima a cui da più parti, si è tentato di imbavagliare. Il pane e le rose. Oggi più che mai le nuove generazioni chiedono non solo la possibilità di soddisfare i bisogni materiali ma anche quelli sentimentali, spirituali e di poter esercitare anche i nuovi diritti legati alle possibilità e ai rischi del mondo tecnologico.
Queste pagine, se hanno un merito, è quello di evidenziare la soggettività e il protagonismo di una parte della società reatina, soprattutto giovanile, in alcuni periodi minoritaria anche dal punto di vista numerico, ma d'importanza assoluta per la storie e i destini della città e del territorio.
La stessa attuale vivibilità di Rieti è inestricabilmente legata a queste compagini che nel corso degli anni, con limiti e contraddizioni anche notevoli, si sono battute per il bene comune.
Il Velino cementificato, la distruzione delle faggete del Terminillo, la piana ridotta a circuito automobilistico o a Casinò.... Su questi progetti del passato vengono i brividi solo a pensarci.
Eppure sono proposte realmente presentate che una parte della città, i giovani soprattutto, hanno saputo respingere.
Se oggi possiamo godere di molti beni ambientali ed artistici della città, è solo 'perchè quel patrimonio è stato difeso e salvato da interessi di varia natura e dall'indifferenza. Poteva non essere così. Potrebbe non essere così in un futuro molto prossimo. Il protagonismo dei giovani reatini non è stato solo il motore di una lunga stagione di lotte e di resistenza. In queste pagine potrete trovare anche notizie sulla capacità creativa e propositiva, sulla musica, il teatro, le radio libere e su tanti eventi che hanno caratterizzato gli ultimi decenni e non solo.
Dare voce ai diritti !
Questo spazio, più di altri, va considerato frutto di un lavoro in progress e sarà aggiornato fornendo nuovi spunti di riflessione, tra cui ci si augura, anche quelli di chi segue queste pagine.
Le generazioni attualmente in vita possono essere suddivise in sette gruppi: Greatest Generation, Generazione silenziosa, Baby Boomer, Generazione X, Y, Z e Alpha e alcune di queste definizioni sono da tempo entrate nel nostro linguaggio quotidiano con una leggerezza di cui forse è bene sospettare.
Prima di scriverne è forse utile dare delle indicazioni di massima e ricordare che fuori dal mondo del marketing e della finanza, alcune categorizzazioni andrebbero adottate con cautela. Le generalizzazioni possono contribuire allo sviluppo di cliché e stereotipi che alimentano divisioni e discriminazioni ed è per questo che in riferimento alle caratteristiche attribuite alle diverse generazioni, sarà spesso utilizzato il condizionale.
La Silent generation, è composta da individui nati tra il 1925 e il 1945 che hanno vissuto in prima persona le tragedie delle guerre, dei totalitarismi ma che sono stati anche protagonisti della ‘’Ricostruzione’’. Si dice che non abbiano fiducia nel cambiamento e che siano ancorati a valori quali la famiglia e il lavoro.
La generazione seguente è quella dei Baby Boomers, nati tra il 1945 e il 1964. E’ definita così per l’esplosione demografica ma molti sottolineano la relazione con il boom economico degli anni’ 60. Secondo le recenti classificazioni, avrebbero fiducia nell’economia e tenderebbero ad essere ottimisti e individualisti.
La Generazione X , è composta dai nati tra il 1964 e il 1980. Sono stati i primi ad approcciarsi ad Internet e sarebbero particolarmente intraprendenti.
Alla Generazione Y o Millennials, appartengono i nati tra il 1980 e il 1995. È la prima generazione a crescere con Internet e computer. Vengono definiti ottimisti e tolleranti, ambiziosi e competitivi.
La Generazione Z, è rappresentata da chi ha visto la luce tra il 1995 e il 2010. Sono parte di questa generazione i cosiddetti ‘’nativi digitali’’. Usano molto il web e i social network, sono aperti, meno rigidi rispetto alle generazioni precedenti, multiculturali.
Le differenze come è noto, rappresentano un valore positivo di crescita ma possono anche essere motivo di attriti e scontri sociali. Alcune delle definizioni riportate vengono già utilizzate e non solo sui social, in senso dispregiativo ed è forse è il caso di non sottovalutare segnali crescenti di conflittualità e occuparci delle loro possibili cause. L’utilizzo categorico di ciò che viene spesso percepito come una foto istantanea in merito alle corrispondenze tra età anagrafica e caratteristiche di natura anche etica e comportamentale, può essere infatti causa di fraintendimenti, di pregiudizi e di nuove divisioni all’interno di una società già frammentata e sanguinante.
Ogni generazione ha i propri idoli, film cult, canzoni, è sicuramente imbevuta della cultura dominante di riferimento, influenzata dai principali avvenimenti internazionali e locali e senza dubbio risulta legata alle innovazioni tecnologiche.
E’ necessario capire però come questo avvenga e quali siano, nel nostro caso, gli impulsi reali, gli eventi più incisivi e caratterizzanti alla base di salti generazionali così evidenti e veloci come quelli a cui stiamo assistendo.
Per alcuni pensatori ad esempio, uno degli aspetti più segnanti riguarda il parallelismo tra le diverse fasi della rivoluzione informatica e alcune specifiche particolarità. In questo caso, non sarebbero solo coinvolti aspetti legati a competenze o familiarità con i nuovi linguaggi e strumenti ma mutamenti che, come suggerisce Eric Sadin nella sua recente opera ‘’Io tiranno’’, sono in relazione con la percezione del sé e dell’altro: ''Stiamo assistendo alla conclusioni di dinamiche in atto da mezzo secolo, che hanno spinto gli individui a fare affidamento su loro stessi generando forme crescenti di isolamento che oggi - nolenti o volenti- formano anche le nostre coscienze. Ricorderemo gli anni duemila come quelli che hanno segnato un profondo scollamento degli individui dall'insieme comune.''
Gli ultimi decenni sono caratterizzati da una costante sferizzazione e delocalizzazione dell'esistenza che hanno contribuito all’affacciarsi di modi diversi nel vivere e percepire il rapporto tra individuo e realtà. Non casualmente, la comparsa di nuove piattaforme e dispositivi, è stata sottolineata dai pronomi personali rivelatori ( Me, I, You) che implicano diverse visioni di sé stessi e del mondo circostante. L’utilizzo di specifici linguaggi e il condizionamento che ne deriva, può spiegare più di altri accadimenti contemporanei le diverse modalità relazionali, comunicative, percettive. Attualmente convivono almeno cinque generazioni ed è difficile orientarsi e non porsi domande su come venga vissuto il presente e immaginato il futuro dalle diverse coorti.
Per quanto se ne dica, il concetto di ''generazione'' è una lente con cui si cerca d'interpretare meglio la realtà sociale ma è e rimane una convenzione molto soggettiva ed opinabile. Negli ultimi decenni, soprattutto in Italia, le fasi dell'esistenza si sono dilatate e questo comporta una difficoltà a riconoscersi in range d’età troppo generici ed estesi che riguardano anche fasi diverse della vita ciò che ci ostiniamo a definire ‘’terza età’’. Per diversi motivi i giovani hanno difficoltà a definirsi. Non bisogna stupirsi se non utilizzano più il pronome ''noi'' tanto diffuso negli anni '60 e '70. Le differenze tra un quattordicenne e un trentenne, oggi entrambi considerati giovani, sono infatti abissali. Lo stesso concetto di generazione sottende un senso di appartenenza, di forme di consapevolezza e autodefinizione che, per i motivi che si sono in parte accennati, si stanno fortemente riducendo anche sotto la pressione di diverse espressioni di individualismo accompagnate da una percezione di autosufficienza e quindi di autoisolamento.
Le definizioni di un tempo appaiono obsolete e non più rappresentative della realtà socio-economica e delle reali fasi dell’esistenza. E’ anche in seguito a questo sconvolgimento che in diversi ambienti, è nata l’esigenza di nuovi modelli interpretativi ( boomers, millennials, generazione Y, Z ecc. ) che però, per diversi motivi, andrebbero adottati con le dovute cautele.
Le differenze generazionali e le loro semplificazioni, utili per raggiungere obiettivi analitici, soprattutto in relazione al mondo del lavoro e dei consumi, non rappresentano verità assolute e implicano comunque sempre approcci soggettivi. Riferirsi, tanto per fare un esempio, ai baby boomers definendoli principalmente tramite la crescita demografica e il boom economico degli anni ’60 piuttosto che riconoscerli come parte dell’avanguardia mondiale della grande stagione dei diritti, può apparire come una scelta di campo che tende a privilegiare la passività più che il protagonismo di una generazione che tra l’altro, pur non disponendo delle moderne tecnologie, esprimeva una forte ‘’connessione’’con il mondo. I boomers sono tra l’altro, la generazione del primo social network : la radio libera. Cosa si intende quindi, con il termine ‘’individualismo’’ quando lo si riferisce alla generazione degli anni’50 e ’60 ? Anche ciò che viene attribuito un po’ troppo semplicemente ai più giovani può generare perplessità soprattutto per una visione acritica riguardo al mondo digitale.
Al progresso tecnologico non sempre infatti corrisponde un avanzamento della civiltà e un benessere generalizzato.
L’esaltazione delle capacità di cogliere le ‘’meravigliose opportunità’’ del mondo globalizzato e interconnesso può contribuire a celare o mistificare aspetti eclatanti e brutali come la crescente precarietà e l’incertezza del futuro a cui le nuove generazioni sembrano condannate.
E’ utile ricordare che alcune generalizzazioni, seppur fondate su dati reali, non hanno valore di scienza esatta e anche i punti di interruzione generazionali decisi a priori sono orientativi, molto fluidi e spesso differiscono a seconda degli studi. Per alcuni ricercatori ad esempio, i cosiddetti baby boomers, figli dell’esplosione demografica, comprendono i nati nel 1964, per altri invece, i nati nel 1961 sono già millennials, ovvero parte della generazione successiva. Inoltre, come se non bastasse, va detto che le generalizzazioni, tese a trovare dei denominatori comuni a un segmento di popolazione, la cosiddetta ‘’coorte, non sempre sono applicabili ai singoli individui o da considerarsi attendibili per piccoli gruppi di persone.
Tra le tante voci discordanti c’è anche quella dell’editorialista del Financial Times Janan Ganesh (classe 1982) che si è spinto a mettere in discussione la stessa esistenza dei millennials, cioè delle caratteristiche attribuite ai nati tra il 1980 e il 1996.,
Per ragioni diverse, arriva alle stesse conclusioni Beniamino Pagliaro che nel suo ‘’ Boomers contro millennials’’ scrive : ‘’ Anche in ufficio, un po’ alla volta, scopriamo che i millennials non esistono, ovvero che le grandi differenze, pregiudizi a parte, sono soprattutto nella busta paga. I numeri non lasciano grande spazio ai ragionamenti: i millennials sono pagati decisamente meno.’’
Beniamino Pagliaro coglie un aspetto importante e mette il dito nella piaga, che purtroppo non è l’unica. Le differenze generazionali esistono ma forse le motivazioni alla base delle recenti classificazioni oggetto di questa riflessione, sono meno importanti rispetto a una materialità molto più condizionante, soprattutto in campo economico, che mette gran parte della società ma soprattutto i più giovani, in grande difficoltà.
Le grandi conquiste sociali delle generazioni postbelliche, ottenute soprattutto nel mondo del lavoro, sono sempre più erose e le conseguenze di ciò si riverberano indiscriminatamente in gran parte della popolazione. Gli scenari sono sensibilmente cambiati ed è difficile districarsi tra le opportunità vere o presunte e la crescente precarietà dell’epoca che stiamo vivendo.
La gioventù attuale, ridotta anche numericamente, ha sempre meno forza elettorale e quindi gode di una minore attenzione da parte della politica. Tra l’altro, il luogo temporaneo di vita corrisponde sempre meno alla residenza e anche questo esodo influisce sulla partecipazione alla ‘’vita democratica del Paese’’, sul legame tra la città d’origine e quella in cui si studia o lavora, sulle visioni di un futuro possibile.
Sempre più chiaramente emerge un disagio e una sorta di risentimento delle generazioni più recenti verso quelle precedenti. Contemporaneamente, in parte della popolazione più avanti nell’età, resiste un’incomprensione tipica verso la gioventù, non di rado alimentata da campagne denigratorie dense di paternalismo e di generalizzazioni inaccettabili.
La velocità delle trasformazioni ha scombinato vecchie concezioni e la politica ,in primo luogo, non ha voluto o saputo cogliere la profondità e la gravità di conseguenze che nella maggior parte dei casi, con continui rinvii, sono state calate sulle spalle delle ultime generazioni ipotecandone il futuro.
La questione riguarda gran parte del mondo occidentale ma in Italia abbiamo delle particolarità preoccupanti. Risultiamo essere il Paese europeo con la più bassa natalità, quello con più ''anziani'' e con un flusso emigratorio di giovani molto alto.
Nell’ultimo decennio, secondo alcune stime, l’Italia avrebbe perso quasi mezzo milione di giovani ma il Sole 24 ore ha sostenuto che, considerando le scarse iscrizioni all’AIRE, l’esodo sarebbe in realtà tre volte più numeroso. Circa il 30 per cento dei giovani italiani che lasciano il Paese sono laureati e quindi non c’è solo un impoverimento demografico ma anche qualitativo.
Nel corso dei decenni, e anche questa è una responsabilità della politica, sono state generosamente sparse delle illusioni su una certa progressività del benessere, spesso introiettate dalle diverse generazioni e oggi emergono delle situazioni inedite. I figli sono più poveri dei loro padri e in Italia, il 72 per cento della popolazione maschile tra i 18 e 34 anni vive ancora nella casa dei genitori.
Le conseguenze di tutto ciò sono tanto evidenti quanto preoccupanti e dichiarazioni o campagne sui ‘’bamboccioni’’ o sui giovani che non avrebbero voglia di lavorare e che preferiscono il divano ai ‘’sacrifici’’non fanno che alimentare rancori e sconforto.
Nel già citato libro ‘’Boomers contro millennials’’ il giornalista Beniamino Pagliaro prende ironicamente in esame sette bugie o ‘’narrazioni’’ sul futuro corrispondenti ad altrettante disillusioni e frustrazioni. Tra queste inserisce la relazione quasi deterministica tra studio, lavoro e successo che per alcune delle generazioni del dopoguerra ha costituito una delle basi per l’ascesa sociale.
La situazione non può che essere studiata e monitorata costantemente cercando di delineare nel modo più attendibile i prossimi difficili scenari futuri. I millennials statunitensi , nati orientativamente tra i primi anni ’80 e la metà del decennio successivo, hanno da poco superato per numerosità demografica i Baby Boomers. Non è così in Italia dove sono poco più di 11 milioni, cioè una minoranza rispetto agli adulti e anziani. Nel mercato del lavoro convivono attualmente quattro generazioni: i cosiddetti Baby Boomer o Boomers (nati tra il 1946 e il 1960) la cui età pensionabile viene progressivamente posticipata, i Gen Y o Millennials (nati tra il 1980 e il 1996),i Gen X (nati tra il 1961 e il 1979) e, in minor parte, i Gen Z o Centennials.
Il mondo del lavoro ha subito trasformazioni colossali, a volte accompagnate da spietatezza, ma sono cambiate con le esigenze produttive anche quelle dei lavoratori che reclamano una diversa proporzionalità tra tempi di vita e di impegno lavorativo. Sta cambiando la visione del lavoro stesso relativamente alle possibilità connesse alle innovazioni tecnologiche come ad esempio, lo smart working ma si guarda anche con interesse alle sperimentazioni della settimana lavorativa di quattro giorni o agli aspetti che riguardano il superamento del gender gap.
Nello stesso tempo, si assiste alla banalizzazione di molti dei problemi posti sul piatto dalle nuove generazioni tra cui il cambiamento climatico sempre più innegabile e le reali possibilità di garantire forme future di welfare.
Le poderose manifestazioni in Francia, seguite al ventilato innalzamento dell’età pensionistica, sono state una grande occasione di riflessione su molti dei temi scottanti a cui si è accennato e non casualmente, hanno avuto un carattere popolare e intergenerazionale. Nessun ok boomer! è risuonato sarcasticamente nelle gremite piazze in solidarietà con la Palestina e Gaza.
Sta emergendo una nuova consapevolezza e il desiderio di unità e di futuro. Le generazioni possono tornare a dialogare, intendersi e contribuire a ricomporre le frammentazioni sociali sempre più laceranti e sconfortanti. E’ necessario un confronto basato sull’ascolto e il riconoscimento dell’altro affrontando insieme le tante forme di indifferenza e di solitudine.
I referendum, molto più che i risultati elettorali, costituiscono a volte un termometro, seppur riduttivo, dei cambiamenti culturali e sociali in atto.
Ciò che è vero per un Paese, può essere a maggior ragione vero per un territorio specifico di quel Paese.
E per questo che risultati dei referendum su grandi temi come divorzio, aborto e nucleare, possono aiutare a capire delle dinamiche.
Se i primi due sono maturati in seno alla società ed hanno fatto esplodere delle contraddizioni molto forti, grazie soprattutto all'insorgenza dei movimenti delle donne, forse l'ultimo, ha a che fare, in maniera meno eclatante rispetto al passato, con un conflitto generazionale su cui sarebbe giusto riflettere maggiormente.
Ricordiamo in primo luogo i fatti.
L' 8-9 novembre 1987 si votò in Italia per cinque quesiti referendari: due sulla giustizia e tre sul nucleare.
Gli elettori italiani, come si sa, decisero grazie al referendum, l'abrogazione delle norme che favorivano la costruzione di nuove centrali in Italia con l'80,6 % di si alla prima domanda, il 79,7 % alla seconda e il 71,9 alla terza.
In Sabina, le percentuali, decisamente contrarie al nucleare, furono comunque più basse di quelle nazionali, con uno scarto significativo tra capoluogo e provincia.
Al primo quesito la percentuale dei sì è stata pari al 67,1 % in provincia e al 70,4 nel capoluogo. Al secondo e terzo quesito 65,76 e 59,8 % in provincia e 69,1 e 61 % a Rieti.
La differenza complessiva con i dati nazionali è da attribuirsi al forte astensionismo in provincia anche se in ogni caso, Rieti capoluogo risulta essere al di sotto della media nazionale di ben 10 punti in percentuale.
Il dato non casualmente, ripropone uno scarto anagrafico, che in provincia, raggiunge il massimo livello.
I risultati del referendum del 1987, si prestano a varie letture, ma sappiamo che storicamente, i temi del nucleare e dell'ambiente più in generale, coinvolgono maggiormente le nuove generazioni che oltre ad una maggiore sensibilità, mostrano anche maggiori competenze sull'argomento.
Affermarlo sembra banale ma quando è in ballo il futuro, i giovani sono spesso in prima fila. Sono sempre loro a portare maggiormente sulle spalle il peso dell'arretratezza del territorio, in primo luogo culturale. Sono loro le prime vittime del saccheggio esistenziale e materiale in corso. La politica, con il cinismo e l'alienazione che la caratterizza, è incapace non solo di dare delle risposte ma di tener conto dell'importanza dell'elemento soggettivo, del fattore umano, necessario in ogni percorso di cambiamento costruttivo.
La sconfiita dei giovani, e in particolare di quegli ambienti più attivi e preparati, il conseguente loro ripiegamento, se non la fuga, sono elementi irrinunciabili per qualsiasi onesta interpretazione della crisi reatina.
