Per una idea dell'urbanistica, per una città dei diritti.
Riflessioni iniziali
Credo che sia importante d'entrata, affermare la non neutralità dell'urbanistica. Da essa infatti discende la qualità della vita delle persone. Il modo in cui la si approccia e propone rivela diverse concezioni dell'umanità, della vita, delle relazioni, del territorio e le sue diverse concezioni e pratiche condizionano nel bene e nel male, per molteplici ragioni, le nostre esistenze. Se si pensa ad una città dei diritti che possa rimettere al centro le persone e abbia come priorità il ben/essere di queste, la loro salute psico-fisica, la loro sicurezza, non possiamo esimerci dal tracciare delle linee guida di un progetto che sappia mettersi non solo a disposizione delle esigenze più immediate sentite dei cittadini ma anche e soprattutto, all'altezza delle sfide di un futuro che già si sta affacciando prepotentemente nel nostro quotidiano. I cambiamenti climatici, le innovazioni tecnologiche, il tema dei diritti e della partecipazione, tanto per fare degli esempi, mettono a dura prova pratiche e progetti obsoleti che sembrano prevalere nelle pratiche e nelle progettualità delle diverse amministrazioni. Queste infatti, appaiono perfettamente in linea con i bla bla bla dei potenti denunciati apertamente da Greta T. e dai tanti movimenti impegnati da anni nella difesa della specie umana e di tutte quelle minacciate, della solidarietà, della giustizia sociale, dei diritti, dei beni comuni, delle identità culturali.
C'è bisogno di un progetto globale in cui, armonicamente, si possa scendere di più nelle specificità e nei dettagli. Non possiamo più pensare di partire dal tetto ma e' necessario valutare e definire le fondamenta.
E' quasi inutile ricordare che i progetti alternativi si misurano sui tempi lunghi, molto diversi da quelli di una campagna elettorale o dalla vita di un'amministrazione locale. Per motivi anche evidenti, le forze politiche che prosperano su consensi e promesse, puntano su elementi che possano in tempi brevi alimentare e rafforzare note forme di potere e di governo. Da qualche parte però, bisognerà pur cominciare e comunque imparare a discutere ed immaginare insieme non solo potrà consolidare un gruppo del futuribile che ci auguriamo vada oltre la costituzione di una lista, ma ci permetterà di poter rapportarci adeguatamente anche alle proposte altrui, favorendole, criticandole o opponendosi con determinazione. Imparare a mettere a disposizione inclinazioni, passioni, competenze, riflessioni, perplessità, storie, identità e formazioni diverse, può essere un buon metodo per iniziare a costruire praticamente la nostra città dei diritti.
Credo però che già da subito sarà necessario esprimerci, se saremo d'accordo, rifiutando progetti imminenti che riguardano la nostra città. Tra questi, il sottopasso di Viale Maraini ( esiste già un comitato di cittadini), il cosiddetto parco Coop nell'area dello zuccherificio e altri stravolgimenti nelle zone adiacenti, vere e proprie ferite inferte alla città. Sarebbe inoltre interessante capire che cosa pensano le forze politiche che sostengono il governo del diktat in merito alla completa privatizzazione dei servizi pubblici, evidente quanto ulteriore esautoramento delle possibilità di scelta delle amministrazioni Comunali e quindi dei cittadini. Già sin d'ora potremmo sostenere e rivendicare diversi tipi di nuova municipalità e partecipazione dall'esperienza di Kobane a quella di Riace, sottolineando quanto negli eventi che hanno coinvolto Mimmo Lucano, siano evidenti le distopie e la disumanizzazione che stanno caratterizzando il buio dell'epoca presente.
Sappiamo che non siamo soli. Il successo del Pride e dei giorni interessanti e partecipati che lo hanno preceduto, il rinnovato protagonismo delle donne, la solidarietà e la cura che ogni giorno esprime chi ha fatto dell'impegno una ragione di vita, la vivacità di gran parte delle gioventu' contro cui c'è una strisciante, ipocrita quanto irresponsabile conflittualità, l'impegno di insegnanti, sanitari, professionisti che soprattutto in questi due anni di covid, hanno fatto il possibile e l'impossibile, ci fanno ben sperare. Indipendentemente dalle scelte elettorali che faranno, queste persone sono le tessere umane e concrete con cui insieme, vogliamo cominciare a ricomporre il mosaico di una città comune e dei diritti, una città aperta verso il futuro dove sperimentare nuove forme di cittadinanza e partecipazione.
E' per questo che e' necessario ripartire dagli spazi fisici di confronto e incontro, sempre più erosi nel tempo nonostante le proteste e le iniziative di più generazioni e oggi spesso delegati agli effetti della ''despazializzazione'' rappresentati dalle nuove tecnologie.
I pericoli della rete sono infatti, già in parte noti. Se il lavoro cosiddetto ''agile''può essere preso in considerazione con le debite accortezze, non si può non tenere in conto delle critiche di docenti e studenti in merito alla didattica a distanza, delle difficoltà dovute al digital divide, soprattutto in un territorio come il nostro, difforme per servizi e in gran parte abitato da persone anziane, degli effetti nefasti, in pandemia, dovuti al prolungato e purtroppo necessario isolamento, alla necessità di regole e diritti per una nuova cittadinanza informatica.
L'urbanistica ha un genere e spesso non tiene conto delle esigenze e dei tempi delle donne su cui spesso ricade la necessità di cura di gran parte della società. Non solo serve un cambiamento culturale che sappia superare mentalità patriarcali radicate ma è necessario pensare a servizi diffusi come asili, consultori, case famiglie ( per donne maltrattate ma anche per chi subisce violenza e disciminazioni legate alla sessualità), luoghi riservati alla cura dei piccoli, soprattutto per chi lavora, ma anche a piccoli grandi gesti come ad esempio, dispenser per i comuni assorbenti. Questo sì che significa dare un nuovo volto alla città e cercare di far fronte alle reali problematiche di chi ci vive. Questo non è altro dal pensare a defibrillatori di quartiere con immediata disponibilità in loco di persone abilitate, alla cura degli alberi e degli spazi pubblici, a reali piste ciclabili che non siano solo riservate a chi vuole farsi una passeggiata ma utili e funzionali per la vita cittadina, a luoghi adeguati per i nostri amici a quattro zampe anche dopo il loro trapasso, a quelli per i funerali laici o di religioni diverse da quelle più seguite , all'accesso ai saperi, alla cultura, alla formazione.
Tutto e' in collegamento in una città della cura e dei diritti.
La politica non è in grado di dare risposte senza un cambiamento culturale profondo che deve vederci in prima linea e che necessita della partecipazione di chi in questa città vive, abita e lavora.
Cura o emergenza ?
Viviamo in un territorio fragile. Proporre un progetto di città che non tenga conto del rapporto e dell'interazione tra questi due elementi ( realtà urbana e territorio in cui questa si colloca) non solo non permette di cogliere le opportunità che ancora fortunatamente sono accessibili, ma espone la città a dei rischi resi ancora più evidenti dai recenti eventi sismici e alluvionali. D'altra parte sono moltissimi ormai gli studi scientifici che mettono in relazione la diffusione delle pandemie, compresa quella del covid, con le cause antropiche della crisi ecologica e in particolare, con le deforestazioni e i mega-allevamenti industriali. A questo si aggiunge il genocidio di popoli che difendendo l'ambiente in cui vivono, cercano una possibilità di sopravvivenza ma tutelano implicitamente l'intera umanità, garantendo la bio-diversità, nota solo in parte alla scienza anche per le possibilità di cura, e i meccanismi delicati della biosfera.
La sicurezza autentica dei cittadini ha poco a che vedere con le politiche securitarie propagandate in particolare dalle destre, che per non avendone l'esclusiva, ne hanno fatto un argomento legato all'ordine pubblico, non di rado condito da diverse forme di razzismo e di intimidazione sociale.
Il consumo di suolo, il non rispetto per il patrimonio idrogeografico, i cambiamenti relativi all'economia agricola e boschiva, le edificazioni in luoghi potenzialmente a rischio con le conseguenti strutture di servizio, alcune opinabili modalità costruttive, la collocazione in zone urbane di produzione o magazzini di stoccaggio potenzialmente pericolosi, l'incuria per l'inquinamento di aria e suolo, le scelte che riguardano lo smaltimento e lo stoccaggio dei rifiuti urbani ma anche quelle concernenti i consumi energetici, un certo fastidio verso chi denuncia i rischi per l'inquinamento da frequenze, il taglio di personale e la perdita di competenze, l'abbattimento di alberi non di rado secolari, hanno fino ad oggi predominato, spesso con il favore di un apparato legislativo aggirabile quando non addirittura flessibile e prostrato nei confronti delle priorità economiche e dei profitti di pochi. Inutile dire che tutto ciò ha provocato e provoca ancor oggi grande nocumento alla sicurezza, alla salute psico-fisica, alla qualità della vita della cittadinanza.
Secondo le stime dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), nel 2017 il 12,6 per cento della popolazione viveva in aree classificate ad elevata pericolosità di frana o soggette ad alluvioni, con un complessivo peggioramento rispetto al 2015. A questo va aggiunto il rischio sismico che caratterizza la nostra zona. Per quanto riguarda le emissioni pro capite di gas clima-alteranti in Italia (espresse in tonnellate di CO2 equivalente), va detto che dopo una forte discesa tra il 2008 e il 2014, sono rimaste sostanzialmente inalterate fino al 2019.
Affermiamo a chiare lettere che siamo a fianco delle associazioni delle vittime delle stragi dell'ambiente e del lavoro, della loro battaglia per la verità e la giustizia e delle loro proposte, come dei popoli che sono costretti a lasciare la loro terra anche per effetto dei cambiamenti climatici e della rapina delle risorse del suolo.
Le associazioni da quella riguardante il disastro ferroviario di Viareggio al naufragio del Moby Prince, da quella dei familiari delle vittime del crollo del Ponte Morandi a quella dellla diga del Vajont si sono riunite pochi anni fa proprio a Longarone nel nome “Comitato Noi, 9 Ottobre” e hanno presentato un appello pubblico con proposte di riforma della giustizia, per il riconoscimento costituzionale dei diritti delle vittime e per un giusto processo di cui sono certi di non aver fatto esperienza.
Appare per noi evidente la necessità di tornare a parlare di sicurezza, di salute, di diritti e porre la questione tra le priorità del dibattito politico, superando la logica delle emergenze settoriali e del principio funzionale, affermando dal basso, quello territoriale e della cura.
E' proprio però rispetto al concetto di ''cura''che non possiamo dar nulla per scontato. Possiamo infatti riscontrare almeno due filosofie di azione.
Una di queste, quella più comunemente praticata coincide con le politiche di emergenza, per alcuni anche molto remunerative, che in ambito medico, potremmo comparare alla necessità chirurgica o farmacologica. L'altra, quella che auspichiamo, tende alla prevenzione e alla cura quotidiana del territorio. Questo nostro approccio prevede una progettualità strategica che ridefinisca le regole, le forme, le proporzioni e in definitiva le qualità degli insediamenti umani mettendole in una relazione consapevole e responsabile con il territorio e ciò che definiamo ''natura'' e riconoscendoci come parte seppur speciale, di un organismo vivente più grande. E' chiaro che questa visione necessita di un cambiamento radicale di approccio, una nuova filosofia del territorio che preveda il superamento di un antropocentrismo disumanizzante che sta mettendo in pericolo la stessa vita biologica. Pensarci come natura, unica come quelle delle altre specie viventi, ci permette di ricollocarci e di ripensare le modalità del vivere all'interno del contesto sociale e ambientale.
Per dirla con Alberto Magnaghi, architetto e urbanista ''territorialista'' occorre, per superare le logiche emegenziali ''... una scienza multidisciplinare che tratti unitariamente la conoscenza del territorio in chiave patrimoniale, producendo la diagnosi delle cause del degrado; e che sappia ricomporre i saperi disciplinari in progetti integrati per ricostruire la qualità complessiva, olistica di un territorio oggi frammentato da politiche settoriali,e interessi esogeni ai singoli luoghi.
Scienziati e ambientalisti ci continuano a ripetere che il tempo stringe e forse per gli effetti a lungo termine del ''global change'' e' troppo tardi per avere risultati tangibili nei prossimi anni. Siamo in grande ritardo riguardo le possibilità di operare direttamente e in tempi brevi una conversione ecologica degli insediamenti urbani, in particolare nelle realtà metropolitane. In ogni caso, crediamo che questo sia l'approccio da praticare e l'unico che possa aver successo, anche nella quotidianità presente, vista l'inefficienza e i disastri degli approcci di natura tecnocratica e sottesi a interessi economici sempre più determinanti.
Non ci facciamo nessuna illusione sui presunti effetti benefici e ''green''del P.N.R.R. ( Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) nè sul piano nazionale nè viste le premesse, su quello locale. Facendo i confronti tra i fondi destinati alle città viciniori già qualche politico locale si è lamentato del fatto che Rieti ha ricevuto un magro ''bottino'' rispetto a tutto il denaro arrivato a pioggia ma che in gran parte, lo ricordiamo, dovrà essere restituito dai cittadini. Evidentemente ci si preoccupa molto del denaro da spendere ma non troppo dell'incapacità di produrre progetti che vadano oltre la normale amministrazione o la necessità di qualche aggiustamento di situazioni pregresse. Staremo a vedere ma non mancheremo di far sentire la nostra voce.
Tra le urgenze che sentiamo sulla nostra pelle e' quella di occuparci dell'ambiente dell'uomo, del territorio, elemento complesso e vivente necessario alla sopravvivenza umana e alla qualità della vita. Sentiamo forte il bisogno di una nuova civilizzazione , di un nuovo umanesimo, in grado di riattivare in nuove forme, con tecnologie appropriate e con la condivisione di saperi, nuovi metabolismi urbani fondati sul valore del complesso patrimonio territoriale e dei beni comuni. Questa ridefinizione non può essere delegata ai grossi apparati finanziari ma solo praticata attraverso processi locali che vedano le persone e le comunità protagoniste della cura del proprio ambiente e quindi di se stesse.
Nelle gravità della situazione che in molti hanno interesse ad ignorare, si aprono timidamente altre strade che riguardano l'abitare. Questo non può prescindere dalla coscienza individuale e collettiva, dalle scelte di relazioni tra gli umani che stanno adottando nuove strategie di vita e di sopravvivenza.
L'urbanistica può mettersi a disposizione delle nuove esigenze del vivere e del produrre anche ripensando gli spazi, le materie prime, il recupero delle aree industriali ( vedi a Rieti l'ex SNIA), il progressivo ridimensionamento dell'utilizzo delle auto private, l'edificazione di abitazioni ''collettive'' pensate come antitodo alle tante solitudini, il risparmio energetico e l'abbattimento dei costi, il diritto alla bellezza, al paesaggio, alla salute, alla socialità, al verde, ad una nuova relazione tra città e campagna, a centri di servizio diffusi e facilmente raggiungibili. Pur considerando le dovute singolarità, si può prendere spunto da numerosissime riqualificazioni in piccole e grandi città europee. A volte, basta fare una capatina a Parma e vedere come è stato ripensato lo zuccherificio gemello di quello reatino, trasformato da Renzo Piano nel bellissimo auditorium ''Paganini'', struttura dotata anche di soluzioni di avanguardia legate al risparmio energetico e alla massima fruibilità delle proposte musicali ( foto in basso).
Come già detto, l'urbanistica non è neutrale e varia con il diversificarsi di approcci ed interessi.
Nel rispetto delle leggi vigenti, delle diverse competenze di progettazione, realizzazione e gestione, e' necessario quindi esercitare lo spirito critico, rivendicare il territorio e la città non solo come bene comune ma come viva e collettiva identità, trovare nuove forme di indirizzo e controllo dal basso, sviluppare capacità prospettiche per una città che sia al passo delle nuove esigenze umane e che sappia affrontare le nuove e complesse sfide del futuro.
Francoise Choay , storica e teorica dell'architettura e dell'urbanistica francese, scrive : '' ... non c'è edificazione senza dialogo con coloro per cui si edifica, individui singoli, comunità costituite dai membri della famiglia o da quelli della res pubblica.''
Come già affermato, e' importante ritormare a discutere della despazializzazione alimentata dalla rivoluzione tecnologica in corso, dei cosiddetti ''non luoghi'' e dei luoghi, intesi anche come spazi fisici di incontro, scambio, partecipazione, decisionalità. D'altra parte, è solo grazie all'architettura che un film si trasforma in cinema, diventando così evento sociale.
Gli eco-quartieri e le eco-città
''Eco-quartiere'' e' un neologismo forgiato all'interno della legislazione francese. Con questo termine si vuole indicare un complesso residenziale urbano in cui si tiene particolare attenzione al controllo delle risorse, a quelle economiche, al trattamento dei rifiuti, al riutilizzo e alla conversione di stabili smessi. Gli eco-quartieri prevedono l'uso di energia prodotta in loco, massimizzando spesso il riciclaggio di rifiuti, restrizioni nell'utilizzo delle auto e incentivi verso altre possibilità di mobilità, la raccolta e il riciclo dell'acqua piovana per irrigazione del verde pubblico, per alimentare i servizi igienici, per la pulizia delle strade. Dal punto di vista dell'edilizia si richiede una particolare attenzione verso le forme di risparmio energetico, l'uso di materiale ecologico e la cura nello smaltimento in occasione anche dello smantellamento dei cantieri. Recentemente, alcuni requisiti tipici delle eco-città e degli eco-quartieri sono anche contemplati nelle vigenti direttive europee in campo edilizio.
La conversione ecologica tra l'altro, rimette al centro dei dei sistemi produttivi le risorse ambientali e i territori che ne hanno in abbondanza, accompagnati anche da saperi tradizionali locali, possono fruire di un vantaggio competitivo rispetto agli altri.
Non e' credo necessario ricordare che urbanistica significhi anche edificare, ristrutturare, progettare strade, ponti, piazze, servizi, preferibilmente compatibilmente con le leggi vigenti, con le regole e le competenze del costruire, con gli strumenti tecnologici migliori, con le esigenze di chi in città vive, abita, lavora.
Non e' qui il caso di enumerare i numerorissimi esempi, in Europa e non solo, di quartieri ecologici. Tra la letteratura più nota in proposito, ci si limita a citare il quartiere pioniere di Rieselfeld e Vauban (1992/94) a Friburgo am Breslau oppure quello di Burgholzhof di Stoccarda, iniziato nel 1996.
Nella sola Francia, nel periodo 2015/20, sono stati investiti in progetti riguardanti qualità ambientale e innovazione, 430 milioni di euro.
Indubbiamente, la trasformazione in chiave ecologica di quartieri e città richiede investimenti iniziali sostanziosi, competenze, sinergie, ma va detto che il processo di pianificazione, che con il passar del tempo presenta vantaggi di varia natura, richiede necessariamente anche il coinvolgimento dei cittadini direttamente interessati.
Roberto Lorenzetti per Tvsvizzera illustra la storia dello zuccherificio reatino tra i resti di archeologia industriale.
Il sottopasso di viale Maraini :
Il tema è stato sotto i riflettori della stampa ma soprattutto, argomento di discussione tra i cittadini che giustamente preoccupati e adirati per questa nuova ferita che si vuole infliggere alla città, si sono in parte organizzati in comitati. Ci sono veramente pochi argomenti per indorare una pillola le cui conseguenze, indipendentemente da alcune caratteristiche forse anche variabili del progetto, vengono viste con il fumo negli occhi dai residenti dei quartieri più interessati ma non solo. I presunti benefici non reggono infatti ai danni irreparabili ed evidenti. Ecco alcune delle motivazioni del “no” riportate in una petizione del comitato che si oppone al sottopasso di viale Maraini : «Scavi in una zona dichiaratamente sismica, a ridosso di abitazioni, plessi scolastici ed esercizi commerciali, impedimenti alla circolazione urbana, chiusura di attività commerciali, sfregio architettonico a un viale storico della città, rischi di allagamenti dei sottopassi, impossibilità di transito per i mezzi pesanti, aumento del traffico e dello smog, possibili barriere architettoniche e abbattimento di alberi secolari». L'elenco dei danni arrecati al vivere comune potrebbe essere anche più lungo ma le ragioni già espresse dai cittadini sono evidenti e sufficientemente degne di attenzione. Non casualmente, sono scese in campo anche locali associazioni di categoria contrarie alle opere cittadine previste dalla convenzione firmata tra Comune di Rieti e Rfi che tra l'altro, coinvolgerebbero anche altri quartieri con le conseguenze immaginabili su diverse attività commerciali.
In definitiva, si sta chiedendo al Comune di ''non dare seguito agli accordi con Rfi e di porre invece allo studio un nuovo piano per la mobilità urbana, che preveda anche lo spostamento della linea ferroviaria e della stazione di Rieti in una collocazione logisticamente più efficiente rispetto ai piani di Rfi, riguardanti la futura realizzazione della Ferrovia dei Due Mari''. Non e' una novità che questa soluzione sia stata più volte adottata, anche all'estero, o implicando il trasferimento di strutture oppure più semplicemente, ricorrendo a navette, che soprattutto in caso di scarso traffico di merci su rotaia, risulta la soluzione più economica e meno invasiva.
Questa nuova questione riporta alla ribalta non solo l'importanza storica del viale Maraini e il suo concentrato ''identitario''per un'intera comunità, aspetti su cui questa rivista si è spesso nel tempo soffermata, ma la necessità di una diversa idea di città in linea con le nuove sfide del futuro che assumono contorni sempre più distopici, inediti e preoccupanti. Per dirla con Ugo Tonietti, architetto e docente presso l'università di Firenze, ''le città odierne odiano le persone'' e i cittadini con le loro esigenze vitali, vengono spesso percepiti dai poteri finanziari come effetti collaterali del profitto quando non adirittura come ostacoli o scomodi intrusi da ricollocare altrove.
Gli stessi piani regolatori di molte città andrebbero completamente rivisitati, rimettendo al centro i diritti, compresi quelli di quarta generazione, ma anche le nuove esigenze messe in luce dalla pandemia e dagli effetti catastrofici dovuti al cambiamento climatico. Non si può più pensare alle città e al territorio prescindendo dagli impegni assunti sulle risorse energetiche e in relazione all'ambiente, tra cui quelle del consumo di suolo, e dalle raccomandazioni ormai ineludibili provenienti da eminenti personalità del mondo della scienza, dell'urbanistica, della salute. Esigenze riconosciute globalmente impongono un ripensamento per quanto riguarda mobilità, consumi, sicurezza e salute.
La pianificazione urbana infatti, non è neutrale. Non lo è rispetto ai generi, alle abilità, al censo, alle età della vita, ai poteri, ai diritti di cittadinanza, compresi quelli che riguardano l'accessibilità fisica o informatica, alle possibilità di gestire scelte, tempi, consumi, alla possibilità di fruizione di servizi, educazione, cultura. L'urbanistica in poche parole, è espressione di una particolare idea dell'umanità e ha una particolare importanza per il suo legame con diritti, giustizia sociale e democrazia.
Non abbiamo nessun bisogno di nuovi mostri di cemento ma di una vera classe politica e imprenditoriale competente e al passo con i tempi che sappia dialogare e condividere con le città, cioe' con chi ci vive e ci lavora, che sia capace di immaginare soluzioni autentiche ai veri problemi delle comunità presenti e del vivere e convivere umano.
Il passaggio a livello in Viale Maraini
Negli anni passati, Il Velino e' stato salvato dal progetto di cementificazione che ne avrebbe fatto una percolosa fogna a cielo aperto. Lo stesso vale per progetti faraonici quanto risibili per la piana reatina. Se oggi possiamo godere di bellezze che altri ci invidiano e intorno alle quali ruotano turismo e attività commerciali, lo si deve a chi, dal basso, e' stato capace di non arrendersi, di conservare e ripensare seguendo le pratiche e le logiche del bene comune, a chi ha messo al centro i diritti alla salute, alla sicurezza, alla bellezza, alla socialità.
Nulla e' scontato ma le conquiste del passato rappresentano un buon viatico per chi oggi si trova ad affrontare nuove sfide.
Per una Rieti più bella e superba che pria !
Le proteste dei residenti,assolutamente non coinvolti nei lavori di presunta 'valorizzazione e modernizzazione' della città,sono sempre più consistenti. Per quando riguarda la diminuzione dei parcheggi realizzata privilegiando quelli a pagamento, non si è voluto tener conto neanche dei Comitati e delle firme raccolte in brevissimo tempo per cercare di fermare o modificare progetti che complicano ulteriormente la vivibilità di chi a Rieti abita e lavora. All'arroganza si coniuga la mancanza di una visione capace di rispondere alle esigenze immediate dei cittadini e in grado di affrontare le sfide di una realtà che sta velocemente mutando.
